sabato 19 marzo 2011

the hyper rescue team

Vorrei spendere due parole sulla squadra dei 150 vigili del fuoco volontari che sono stati mandati a Fukushima ad irrorare il reattore 3 con gli idranti. Si chiamano "the hyper rescue team".
In realtà c'è ben poco da dire, sono queste persone che fanno grande il mondo ed è un peccato che non sono quasi stati mensionati dai vari media che ritengono più importanti i dati sull'economia del Giappone piuttosto che raccontare la storia di questi eroi che vanno a rischiare la vita anche per me.

errata corrige// sono stato informato appena che in realtà in Italia se ne è parlato. Incredibile la velocità con la quale sono stato ripreso per la mia svista, che attaccamento patriottico all'informazione che fino a ieri non ha fatto altro che seminare dati a caso spargendo ansia e panico nella mia famiglia. Chiedo Venia.

venerdì 18 marzo 2011

la febbre di Osaka.

E così dopo 4 giorni di Osaka iniziamo a vederci chiaro. Quantomeno adesso penso di aver capito cosa voglio fare, ovvero tornare a Tokyo. Oggi la mia tempra d'acciaio ha mostrato i primi segni di cedimento portati da un febbrone che non mi ha fatto chiudere occhio stanotte. Credo che sia stata la conseguenza diretta allo stress degli ultimi giorni come per esempio il terremoto, l'allontanamento da Tokyo, le ansie, l'insicurezza su cosa fare nel prossimo futuro. Ora mi sembra tutto più chiaro almeno, o forse sono soltanto queste "kusuri" potentissime che mi hanno dato in farmacia per abbassare la febbrA.
Pare che la situazione a Fukushima si stia parzialmente stabilizzando. Non ne saremo certi finche quei reattori non saranno sigillati in sarcofaghi di cemento armato. Da parte nostra non possiamo fare altro che continuare a consultare i dati dei rilevatori di Tsukuba - Ibaraki, contatori geiger a cui abbiamo accesso tramite un ragazzo che fa il fisico a tsukuba, in questi giorni se non ci fosse stato lui a spiegarci il funzionamento dei reattori e a rassicurarci, credo che avremmo vissuto tutto con molta più tensione.
Credo che la febbre si stia abbassando veramente.
L'idea di tornare a Tokyo mi fa tirare un sospiro di sollievo, mi manca il mio letto. Al contempo pensare di passare altre due settimane (fino a l'inizio della scuola) in una metropoli parzialmente deserta mi mette un senso di angoscia. Credo proprio che mi concentrerò sullo studio del giapponese e sulla fotografia di una città che in queste condizioni non ho mai visto.

R.

giovedì 17 marzo 2011

Inception

Hai presente il film "Inception" con Di Caprio, quando verso la fine creano il sogno nel sogno e tutto scorre a rallentatore... ecco la sensazione che sto provando in questi giorni mi ricorda esattamente quella scena. Mi sembra di vivere tutto a rallentatore, mi sembra di vivere quei secondi che passano tra quando il boia alza in aria l'accetta e la fa ricadere sulla tua vita, siamo in attesa di vedere da quale parte del ceppo rotolerà la nostra testa, ma il colpo d'ascia cade a rallentatore, quasi a un millimetro l'ora si abbassa inesorabile sui nostri destini.
In questi giorni ho capito una cosa, amo questo posto più di quanto immaginavo.
Ho smesso di svegliarmi la mattina con l'amarezza del rendermi conto che non è stato un sogno, anzi ho recuperato parzialmente la stanchezza degli ultimi cinque giorni, mi sento attivo, ho voglia di muovermi, parlare e ricostruire. Ho voglia di vivere e non ho più timore di confrontarmi con nessuno sulla faccia della terra. Venite che vi spacco il culo.

Le cose ad Osaka vanno incredibilmente meglio, ci siamo scrollati le paranoie di dosso, riusciamo a ragionare sul da farsi e scherzare sulle innumerevoli differenze tra Osaka e Tokyo. A dirla tutta non approfondiamo più di tanto l'argomento, Tokyo ci manca da morire e abbiamo tutti paura di perdere in qualche modo le vite che ci siamo costruiti li.
Personalmente ora come ora tornare in Italia per un breve lasso di tempo non mi spaventa più dal momento che ho ripreso pieno controllo delle mie emozioni, in realtà la voglia di rimanere ad Osaka e continuare a collaborare con l'agenzia francese che mi chiede le foto è molto stuzzicante. Mi hanno chiesto di tornare a Tokyo a fotografare il caos e l'evacuazione ma la realtà è che non stanno evacuando nessuno e i giapponesi continuano a mandare avanti la loro vita senza troppi intoppi. Io di tornare a Tokyo in questi giorni non ho voglia, l'ombra delle centrali instabili incombe sui miei pensieri di fama e di gloria.

R.

mercoledì 16 marzo 2011

Andiamo a sud e stacchiamo da questa aria pesante.

Stamattina ho bevuto soltanto un caffè. Invece dei soliti tre ai quali ormai il mio fisico si era abituato per mantenersi sveglio e reattivo. Forse perché non ho passato la notte a casa mia ma da un amico. Anche essendomi portato il mio pacco di caffè Ucc e i filtrini non sono riuscito alla fine a prepararmene abbastanza per le mie solite tre tazze. Non è il caffè che mi manca, il sonno forse, ecco quello si. Da ormai quattro notti che non riesco a stare in fase rem per piu di tre ore credo. Quest'ultima notte credo fosse lo sfinimento che ha smorzato il mio cervello e mandato in coma irreversibile il mio corpo.
Scrivo dallo shinkansen per Osaka, dove nonostante le tre ore di viaggio che mi aspettano, cullato dagli ondeggiamenti del treno superveloce non riesco proprio a dormire. Non credo che sia la paura del nucleare, la paura di dover aspettare davanti alla tele di un motel (sempre a trovarne uno) qualche nuova tragica notizia, senza sapere cosa fare come farlo, è soltanto un senso di disperazione che inizia a pervadermi alla luce dell'ipotesi di lasciare il giappone ora, troncare in meno di due secondi gli ultimi dodici mesi della mia vita.
Ho deciso di venire a vivere qui perché amo questo posto ed ho accettato di stare qui nella buona e nella cattiva sorte, ma non avevo mai riflettuto su come un evento di forze maggiori avrebbe messo cosi a rischio tutti i miei progetti.
Sono molto triste. Spero ancora che la fortuna, il buon karma e un nuovo giorno portino buone notizie e che tutto questo diventi soltanto una di quelle storie che si raccontano davanti a un paio di birre.

Ironia della sorte. Preparandomi per l'esame di giapponese la settimana scorsa mi sono soffermato su un kanji in particolare, chiedendomi il perché una parola del genere dovrebbe essere cosi importante da studiare dato l'argomento che a me risultava un po scaramantico e poco simpatico.
Il kanji era 震源地 si legge "shin ghen ci" e vuol dire epicentro sismico.

R.

sabato 12 marzo 2011

Vivere un disastro ambientale.

Non ho mai pensato che un giorno sarebbe successo davvero. Ammetto di aver fantasticato dietro i dvd del National Geographic, guardando grandi fotografi addentrarsi nell'occhio del ciclone, impavidi, con freddezza e professionalità incuranti del pericolo scattare foto impressionanti.
Ieri pomeriggio qui a Tokyo c'è stato il terremoto più forte degli ultimi 40 anni dicono. Ed io èro qui.
Ho sempre pensato che se mai un giorno mi fossi trovato in una situazione del genere avrei avuto la fermezza d'animo di prendere la mia macchina fotografica ed uscire fuori a documentare il documentabile. La verità è che la paura è qualcosa che ti consuma e che ti sfinisce. No, non sto esagerando, qui a Tokyo in fin dei conti è stato soltanto un potente terremoto, nulla a confronto di quello che è successo a Sendai ma tutta questa atmosfera, questa pesante tensione nell'aria, il percepibile nervosismo negli occhi dei giapponesi, le scosse di assestamento che continuano per tutto il giorno (e la notte) è qualcosa che pian piano ti entra dentro e ti consuma, non riesci a riposare, c'è qualcosa dentro di te, una sottile ansia che ti tiene in allerta verso ogni segnale, suono, sensazione percepibile.
Ieri sera tornavo a casa dalla stazione, faceva impressione vedere la massa di persone che rimaste bloccate a causa dell'interruzione della linea metropolitana, facevano un interminabile fila verso la fermata dell'autobus. I convenient store totalmente vuoti, il McDonald 24h chiuso, ma più di tutto avvicinandomi verso casa un silenzio spettrale, quel silenzio che sembra quasi un ronzio, rotto soltanto dal rumore della radio accesa di una pescheria vicino casa ripete "a nastro" i nomi dei dispersi mancanti all'appello. Ebbene, questo per dire che non ce l'ho fatta. Non sono stato in grado di prendere la mia macchina fotografica e andare a documentare tutto questo, la sola cosa che ho sentito necessaria è stata tornare a casa, rimettere a posto il caos dell'appartamento e rassicurare i miei familiari. Forse rassicurare me stesso. Credo che in questi momenti specialmente senti di èssere lontano da casa, dai tuoi cari. Ora, 48 ore dopo, sento ancora un senso di innaturale calma e l'unica che posso fare è cercare conforto tra le persone che hanno vissuto il mio stesso shock. Mentre scrivo queste righe sgrammaticate ho la tele accesa dove annunciano le scosse di assestamento in diretta, cosa terrificante. Non penso sia necessario raccontare dove mi trovavo durante le scosse perchè trovo sia peggio " l'hangover " del giorno dopo, il rendersi conto di cosa è successo, di cosa poteva succedere, di quanto si è stati fortunati stavolta.

R.

sabato 20 novembre 2010

Histamatic una Toy Camera sull'I-Phone.

Probabilmente ci saranno tantissime persone contrarie alle Toy Camera (mio papà compreso) per via della loro "dubbia" qualità che molto spesso viene giudicata arte. Ci sarebbe da ridire su molte cose, come per esempio la loro ingestibilità a livello di qualità dell'immagine, lenti plasticose, infiltrazioni di luce ed altri mille difetti. Io sono uno di quelli che giudica questi difetti un affascinante pregio, dato il mix di tecnica, casualità e fortuna che servono per "controbilanciare" il "difetto" della toy camera e tramutarlo in un arma di originalità. Prendete tutto questo e trasportatelo su un telefono cellulare. Ora, se siete abbastanza nauseati potete anche fermarvi qui e non leggere oltre, tantomeno guardare le foto. Se come me pensate che il telefono cellulare è lo strumento che contraddistingue la nostra generazione e come me sentite che è probabilmente il mezzo di espressione più contemporaneo attualmente in uso, vale la pena cercare di esprimere il proprio punto di vista (perchè questo blog stesso è soltanto un opinione) tramite una Toy camera montata su di un cellulare.
Lo-Fi è il nome dello stile utilizzato dalle toy-camera, sarebbe Low Fidelity, è l'imperfezione di cui parlavo prima che è stata fedelmente ricreata dai ragazzi di "Synthetic" applicazione per I-Phone disponibile su AppStore, (non vi metto il link perchè l'applicazione è a pagamento ed nessuno mi paga per farle pubblicità, quindi se vi interessa, cercatevela).
Cosa fa questa applicazione? Al contrario di molte altre photo-app disponibili gratuitamente sullo store della "mela", Hipstamatic non permette di scattare la foto con la canonica macchina fotografica del telefono e poi applicarvi su un filtro lomo, l'applicazione riproduce direttamente il corpo della toy camera con la possibilità di scegliere, cambiare (e comprare!) le lenti, le pellicole ed i flashs. Una volta scattata la foto con l'impostazione preferita, verra processata direttamente dal telefono secondo le equazioni date dalle nostre scelte stilistiche e solo allora vedremo la foto scattata. In breve: Una sola foto, una sola impostazione, una sola possibilità di scegliere la lente e la pellicola giusta per impressionare l'attimo giusto. Vi assicuro che da molte soddisfazioni.

La scelta di questo programma non è stata soltanto dettata dalla qualità , cosa per altro raggiunta dai bravissimi sviluppatori, ma, la storia che si cela dietro l'Hipstamatic originale è a dir poco commovente. In breve, ispirati dalla famosa "Kodak" instantmatic, toy camera leader del settore negli anni '60, Bruce e Winston Dorbowski, due fratelli del Winsconsin appassionati di fotografia, inventarono una macchina fotografica totalmente di plastica, sia corpo che lente. In 18 Giorni diedero vita al loro primo prototipo che chiamarono Hipstamatic che vide un discreto successo arrivando ad esser venduto in 157 esemplari. Questo succedeva nel 1982, purtroppo due anni dopo accadde un assurda tragedia, ovvero i due fratelli morirono investiti da un automobilista ubriaco, così fini il loro sogno ed il loro progetto rimase soltanto un triste ricordo nelle mani del fratello più grande Richard, il quale ne racconta la storia, 25 anni dopo, ai due creatori della Syntetic (società di app per iphone) i quali proposero di portare il progetto originale di Hipstamatic sul digitale, tramite un applicazione per iPhone. Il resto è storia.
Se vi interessa scaricatela, se non vi interessa dimenticatevene e nella vostra vita non sarà cambiato nulla.
Queste immagini sono ritagli della mia vita quotidiana qui a tokyo.

l'applicazione



Per concludere aggiungerei il reportage uscito da poco sul NEW YORK TIMES del fotografo di guerra Damon Winter, reportage fatto totalmente con Hipstamatic e Iphone 4g
http://lens.blogs.nytimes.com/2010/11/21/finding-the-right-tool-to-tell-a-war-story/

sabato 22 maggio 2010

The Odaiba Project

Da un po di tempo che spesso la domenica mi piace andarmene a Odaiba お台場 , un quartiere di tokyo completamente staccato dal resto della città perchè totalmente artificiale e raggiungibile soltanto attraverso il rainbow bridge, con lo Yurikamome ゆりかもめ ovvero la famosa monorotaia di Tokyo. In realtà è possibile raggiungere l'isola anche a piedi o in macchina ma la maggior parte della gente preferisce prendere il treno per via della vista che si può godere dall'alto della monorotaia. Per maggiori informazioni su Odaiba rimando al link di Wikipedia che mi sembra abbastanza esaustivo sull'argomento.

Città teleporto di Tokyo.
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L'isola di odaiba è conosciuta anche con il nome di "Città teleporto di Tokyo" e, sarà per via del mio passato (e presente) molto NERD, che ammetto di aver espresso un certo compiacimento seguito da un "ghigno" di consenso per via del riferimento alla mitologia cyberpunk e Sci.Fi. di cui sono appassionato.
Per questo ed altri motivi ogni tanto mi armo di cavalletto e mi dirigo prendere lo Yurikamome che da Shimbashi mi porta a Odaiba in 12 minuti.

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