mercoledì 30 marzo 2011

Fare le foto e farle bene.

Le cose stanno tornando alla normalità, qualcosa sembra cambiato nell'aria, le acque si stanno smuovendo e ieri ho fatto un colloquio in una grossa agenzia pubblicitaria. Finalmente i pezzi della mia vita sembrano ricongiungersi.

Avevo aperto questo blog per parlare di fotografia e sono finito a parlare della mia vita in Giappone. Vorrei tornare a parlare di fotografia e, ad esporre le mie foto perchè credo sia l'unica cosa che so fare. Per questo rimando sempre al mio blog su www.kokeshidesign.com/photography dove scrivo in inglese (ma giusto due righe) ed espongo gli ultimi scatti fatti, in questo caso quelli fatti ad Osaka. Per l'occasione li metto ad alta risoluzione così da poter èssere buoni per farne un wallpaper oppure dei quadretti da stampare come ringraziamento alle persone che mi seguono.

Il micio qui sotto stava tranquillamente appollaiato sul banco degli "Oden" per le strade di "Doubutsuenmae" (動物園前) ad Osaka, tutte le sere quando si tornava a casa veniva d'obbligo salutare il micio degli oden. Se pur con un gatto sul bancone il proprietario non si faceva minimamente il problema dell'igiene (provate a pensare ai peli nel brodo di oden...) non so voi ma io non ho avuto molta voglia di assaggiare quella specialità. Però il micio èra davvero bello.



R.

sabato 26 marzo 2011

Sole.

Oggi c'è il sole. Se non fosse per le notizie alla tele o per le continue richieste di "aggiornamenti sulla situazione" da parte dei miei genitori potrei quasi dire che sembra tornato tutto alla normalità. Anzi, anche le email dell'ambasciata questa mattina sembra abbiano trovato un momento di quiete. Mi verrebbe voglia di andare a farmi una passeggiata al parco se non fosse per il freddo e per il senso di colpa nei confronti dei miei libri di giapponese che aspettano chiusi sul tavolinetto verde al centro della stanza.
Vorrei fare una passeggiata a Shibuya per vedere che aria si respira, un amico mi ha detto c'è in questi giorni sembra diversa. Penso che prenderò i miei libri e andrò a studiare da quelle parti, sperendo di trovare un cafè tranquillo dove poter studiare tutto il pomeriggio.
Oggi greenpeace ha detto che il disastro di Fukushima è salito a livello 7 e quindi a pari di Chernobyl, che fa paura soltanto a pronunciarne il nome. Mi continuo a sommergere di domande a cui non so rispondere. In questi giorni esattamente un anno fa arrivavo a Tokyo. Faceva freddo, molto freddo ma di li a poco sarebbero sbocciati i sakura. Mi chiedo come sarà quest'anno l'hanami, forse ci sarà più posto sotto gli alberi. Spero che l'amosfera rimarrà quella di sempre a prescindere da tutto. Andiamo avanti.

R.

venerdì 25 marzo 2011

Preparare una valigia.

Finalmente a Tokyo. Non mi è mai mancata così tanto casa mia, eppure mi è capitato di stare lontano per molti più giorni. Credo però che non mi sia mai capitato di dover fare una valigia tenendo bene in mente l'ipotesi che quella valigia potrebbe èssere l'ultima che faccio in quella stanza, scegliere bene cosa portare, ricordare il passaporto, non si sa mai, portare il cappotto buono? E la tavoletta grafica? Rivedrò mai questa casa? Tornerò mai in Giappone? Quando ho preparato questa valigia pensavo esattamente queste cose.
Mi ha fatto male devo ammetterlo, non lo auguro a nessuno, anzi credo che poche persone di quelle che conosco abbiano provato la sensazione di dover scappare e penso sia davvero una brutta sensazione. Certe cose le si danno per scontate, almeno noi che viviamo in società agiate, che siamo abituati a i piccoli lussi quotidiani, ci limitiamo a guardare il telegiornale ed ogni giorno a vivere le tragedie di altri popoli come una spruzzata di peperoncino in più sulla pasta. Ma che ne sappiamo cosa è la disperazione. La guerra. Il disastro. Non ci ha mai toccati da vicino. Cosa ne sappiamo che significa scappare da un luogo. Firse i nostri nonni, loro forse si.
Ora non voglio paragonare la mia esperienza a quello che succede ad un paese in guerra, ma se quello che ho provato io è un infinitesima parte dell'ansia e della disperazione che provano i rifugiati che scappano dalle loro case, beh, allora posso affermare che non ci rendiamo conto che cosa sia la disperazione. Mi sento una persona migliore, più risoluta. Alla fine sono di nuovo qui, fino alla fine, fino a che non mi caccieranno.

La valigia è rimasta fuori dall'armadio con il passaporto all'interno. Non riesco a riporla dentro ancora e non so per quanto altro tempo non ci riuscirò.

R.

giovedì 24 marzo 2011

Mnemonic


Vivo ormai da più di dieci giorni in questa piccola stanza di tre tatami. Da quattro giorni data l'influenza non èsco quasi mai dalla stanza, se non per pisciare o per andare a comprare cibo. Fuori c'è doubutsuen, quartiere poco raccomandabile di Osaka, pieno di puttane cinesi e spacciatori di droghe sintetiche. Tutti parlano un dialetto che piano piano incomincio a fare mio. Mi sento un po come Case, come Neo, come Johnny Mnemonic. Questo è fottutamente cyberpunk. Questa città è fottutamente cyberpunk.

R.

mercoledì 23 marzo 2011

La moretti di Osaka

Osaka è una città da condividere. Ecco cosa non riesco a fare, starmene da solo come quando sono a Tokyo. Li posso stare giorni senza dover parlare con nessuno e non sentirmi solo. Qui mi sento solo. E malato. Voglio tornare a casa mia.
La ragazza che mi sta di fronte sulla scala mobile ha la gonna troppo corta e le si possono vedere gli slip. Un altro giorno probabilmente sarei sceso due gradini piu in basso, oggi ho la nausea, non solo per via degli effetti collaterali delle medicine, il mio fisico ha una carenza di normalità, quella vera. Mi vedo al centro con un amico, almeno mi distraggo ma l'idea di rimanere ancora due giorni in ostello da solo mi mette di cattivo umore. Se domani mi sentirò bene, se le notizie dalla centrale continueranno ad essere stabili potrei prendere in considerazione di tornare a casa mia. Le notizie sull'acqua sono poco rassicuranti ma in fin dei conti nessuno sperava di trovare le cose tutte aggiustate anzi meglio di prima. L'ambasciata pian piano inizia a "sbottonarsi". Adesso dice di avvisare nel caso di rientro a Tokyo e che by the way la situazione continua e continuerà ad essere instabile per un po di tempo. In pratica se vuoi tornare fai pure, se succede qualcosa sono stracazzi tuoi perché noi ti abbiamo avvertito. Simpatia. Questo è l'ultimo tamiflu che prendo, spero non vada a cozzarmi con la mezza Moretti che mi sono fatto a cena. Si, ad Osaka si può trovare Moretti alla spina.

R.

domenica 20 marzo 2011

Come cambiano le cose.

La realtà è che la mia vita è parzialmente cambiata.

Vivere questa "cosa" mi ha fatto riflettere su come la vita possa cambiare immediatamente. Siamo appesi a un filo, un equilibrio che ci creiamo un millimetro alla volta in anni di lavoro.

Dal giorno del terremoto sento che qualcosa dentro di me è cambiato, anzi dentro e fuori.
La routine giornaliera, l'ansia per l'esame di giapponese, i preparativi per passare l'hanami tutti insieme, è stato tutto lavato via da quello tsunami, lasciando un terreno arido di ansia, paura, disperazione. Mi sento più forte ma al contempo sono straziato, vorrei non fosse mai accaduto nulla, avrei preferito èssere bocciato all'esame.
Vedere una persona a cui tenevo moltissimo prendere e partire per non far più ritorno mi fa capire quanto la vita sia in bilico, le certezze siano incertezze e come i sentimenti possano cambiare in un secondo, anzi in 120 secondi.

Ultimamente parlando con un amico appassionato di cultura indiana etc. ragionavamo su come il mondo stia cambiando, si stia evolvendo nel bene e nel male, con tutte le conseguenze che ne derivano. Il nostro di mondo è appena cambiato, radicalmente. Da questa stanza di due metri per tre metri posso sentire il rumore delle strade di Osaka, mi conforta ascoltare la gente che canta nel karaoke qui sotto, vecchie canzoni giapponesi, io almeno sono qui al caldo e mi vergogno certe volte di pensare a quanto sono stato sfortunato quando c'è gente che ha perso la casa, o la vita.

R.

sabato 19 marzo 2011

39.6

38.3, 39.1, 39.6, 39.3, 38.5, 39.2

No, non sono le magnitudo del terremoto e nemmeno i micro sievert delle radiazioni.
Sono le "temperature" misurate dalla mia ascella nelle ultime 48 ore.
Ebbene mi sono ammalato e da due giorni sto chiuso in albergo quindi addio ai sogni di gloria reportagistici in Osaka. Sembra assurdo perchè la mia battaglia interiore per vincere la febbre mi fa sentire più vicino alla battaglia per raffreddare Fukushima. Anche io come loro sto combattendo per stabilizzare la situazione a suon di pasticchette per abbassare la temperatura. Praticamente sto spegnendo un incendio con un bicchiere d'acqua, ahh buona vecchia cara tachipirina, una bella sudatona e poi via come nuovo. Peccato che la mia scorta di farmaci italiani sia tutta a Tokyo.
In questi giorni mi sto vivendo più del solito la hall dell'hotel, chiamiamola zona ricreativa.
Qui c'è gente di ogni nazionalità che come noi ha preferito spostarsi ad osaka per qualche tempo, altri invece stanno soltanto aspettando che si liberi un posto sul primo volto per tornare nel proprio continente.
Devo ammettere che la tentazione di sfruttare il volo gratuito è molto forte, ma l'idea di tornare a casa ed èssere assaltato da una massa informe di persone che verrebbero subito a chiedermi particolari salienti di questi ultimi giorni, ecco questo un po mi spaventa. Anche perchè in realtà le persone non vogliono cambiare idea su un concetto del quale se ne sono già fatta una, e non sarò certo io a portare la grande verità ovvero che a Tokyo la vita non si è mai interrotta dal giorno del terremoto, che i livelli di radiazioni sono inferiori a quelli di Roma e che entro breve tutto tornerà alla normalità. Per queste persone ormai la verità è: il Giappone è spacciato, i giapponesi sono un popolo senza emozioni e il governo giapponese ha nascosto e continua a nascondere la gravità dei danni.
Per tutti quanti la sola cosa importante è tornare. Non importa a nessuno quello che succede DOPO, l'importante è accontentare tutti quanti, (non inserisco la mia famiglia nel "tutti quanti" dal momento che ho ben spiegato loro le mie ragioni) tornare a casa, farsi vedere da tutti la sera al Gavozza, rispondere alle domande e confermare quanto detto già dai media, ovvero il giappone è pericoloso. Nessuno pensa a quello che viene dopo, al biglietto di ritorno per Tokyo che non sarà ovviamente gratuito, al fuso orario e lo stress che comporta tornare per solo sette giorni, al dover riorganizzare la mia vita a Tokyo da l'Italia e non in loco.

Ma questo non è importante, l'importante è tornare, è un favore che faccio alla comunità non a me stesso.

R.